Fondi di investimento Non Performing Exposures – dalla padella alla brace?

“Siamo arrivati al punto in cui il nostro amico pesce era finito dentro una padella… ma perché si trovava lì? Era stato catturato ed era pronto per essere cucinato fritto… il problema è che era ancora vivo! Il pesciolino non voleva di certo fare quella fine e, quindi, appena iniziò a sentire l’olio caldo sulla sua pelle, tentò di scappare facendo un salto fuori dalla padella… ma ahimè, finì dritto dritto nelle braci ardenti sotto di lui!”

Direi che il messaggio di Pico Luri di Vassano è abbastanza chiaro e universale: la valutazione del rischio è fondamentale in ogni settore e, soprattutto, nel mondo della finanza.

Il nostro “pesciolino” è il sistema bancario che, purtroppo, risalendo il fiume si è fatto catturare da un orsacchiotto alle prime armi, ma di istinto predatorio, chiamato “inadempimento”, affamato a causa di una lunga carestia e di una errata o poco oculata valutazione delle riserve prima del letargo.

Tanto questo è vero che oggi al mercato italiano degli NPL puoi acquistare un po’ di tutto dal 2% al 30%-40% del valore del credito originario, a seconda dell’esistenza o meno della garanzia.

Bene, questa la padella …. e la brace?

E’ il rischio che il mercato del pesce delle NPE (ricordo che lo stock di NPE in Italia vale circa 250 mld ed è il più alto d’Europa, 4 volte quello della Germania) crei inefficienze nel sistema bancario (portando le banche italiane a non erogare più denaro e a non volere neanche detenere liquidità perché troppo costosa), nonché la concreta possibilità che gli investitori stranieri non siano più interessati a mettere capitali nelle bellezze architettoniche del mattone italiano o nell’eccellenza della metalmeccanica di precisione perché basterà acquistare in saldo il credito della  Banca che ha finanziato la linea di liquidità di quella fabbrica  o il mutuo fondiario del cielo-terra a Piazza di Spagna. In parole povere, il rischio concreto è che questo mercato distrugga valore e lo trasferisca a beneficio di investitori fuori dai confini.

Anche io ho visto un’opportunità in questo mercato, ma con l’obiettivo di creare valore e non distruggerlo, tramite la strutturazione e la gestione di Fondi di credito a tripla fase:

  • la prima: capitalizzando i Fondi mediante equity sotto forma di NPE conferiti da parte di istituti di credito e finanziari e attribuendo a ciascuno quote di partecipazione al Fondo,
  • la seconda: gestendo professionalmente le attività di recupero,
  • la terza: reinvestendo i proventi nel medesimo mercato per poi riconoscerli nuovamente al sistema bancario, rafforzandolo.

Ma anche io non voglio fare la fine del pesciolino! Non voglio sottovalutare il rischio e preferirei essere fritto nell’olio velocemente piuttosto che cotto sulla brace, magari anche un po’ fiacca.

Le prime esperienze gestionali di tale tipologia di Fondo mi lasciano suggerire a coloro che volessero intraprendere questa via di business il bisogno di tre elementi essenziali: fair value, top providers e balanced performance.

In particolare, il gestore dovrà necessariamente servirsi di fornitori esperti e competenti per le cosiddette “esternalizzazioni di funzioni essenziali o importanti”.

La gestione di un Fondo di Credito che investe in NPE è caratterizzata da elementi quantitativi e qualitativi che richiedono alte professionalità e strutture ben organizzate, insomma un team affiatato che lavora in modo sistematico e coordinato.

Si pensi che un portafoglio NPE di un Fondo può avere migliaia di posizioni (debitori ceduti) e magari altrettanti garanti. Tanto per capire: immaginate l’asset allocation di un portafoglio obbligazionario con centomila titoli e che, invece di ricevere la cedola sul vostro conto corrente, alle scadenze prefissate, sia necessario chiamare continuamente gli emittenti, uno per uno, per sapere quanto riescono a darvi questo mese!

L’ambito aleatorio dei flussi di cassa complica ancora di più la questione perché la gestione non deve solo incassare il risultato degli investimenti, ma anche e soprattutto programmare l’utilizzo della cassa per nuove opportunità dato che, più tempo l’equity rimane fuori senza impiego, più costa in termini di rendimento.

Quindi, quelle centomila persone non solo vanno chiamate, ma occorre essere molto bravi a far mantenere il patto per il rientro del debito così da poter contare sul quel flusso in date certe.

Poi, nel caso di debitori verso i quali è stata avviata una procedura giudiziaria è un altro film!

Ma anche in questo caso, si può attingere a banche dati super segrete che rivelano i tempi medi delle procedure su ciascun tribunale del Bel Paese (spesso con dati sconfortanti) quindi il must diventa TRANSARE.

Tra i provider “top” ci deve essere il Servicer così bravo da fornire la certezza dei flussi, anche se, in generale, direi che una strategia votata all’affidamento di tutto il portafoglio a un unico provider può non essere vincente perché concentra il rischio da prestazione su un solo soggetto.

Un’analisi del portafoglio (non possibile per i crediti small size) può portare alla conclusione che qualcosa potrà essere trattato direttamente dal gestore (a seconda, ovviamente, delle sue competenze interne), mentre qualcosa è meglio venga affidato a un master legal.

Infine, a seconda della tipologia del sottostante, bisogna selezionare uno o più Servicers specializzati (qualcuno è bravo sui i crediti da utilities, altri sui chirografari e altri ancora hanno skills nel real estate e quindi sono adatti all’ipotecario).

Quindi qualità, qualità e qualità….e la quantità?

Quella non manca e deve essere necessariamente sistematizzata.

Di seguito, elenco cosa bisogna fare (o meglio cosa facciamo noi) per un Fondo da centomila posizioni.

Per ciascuna linea di credito concessa dalla banca, anche alla stessa anagrafica, è necessario fare:

  • set up anagrafica del debitore e dei garanti,
  • cash monitoring giornaliero,
  • contabilità linea per linea splittando l’incasso tra rimborso spese e ricavo,
  • calcolo della quota per costo storico,
  • calcolo delle minus/plus realizzate o non realizzate,
  • registrazione del ciclo attivo e passivo ad evento.

E poi estrazioni e segnalazioni, invio alla Centrale Rischi, comunicazioni di vigilanza, AIFMD, AUI/SARA, Fondo di giustizia, Agenzia delle Entrate, FATCA etc… e poi il tema AML!!!

La chiave di tutto, quindi, è scegliere un eccellente Provider contabile e amministrativo che sia il braccio operativo del middle office interno alla SGR e riesca a fornire un unico flusso per tutte le posizioni, leggibile dai soggetti coinvolti nel processo: dall’Esperto indipendente al Servicer, dal Depositario fino all’outsourcer per le segnalazioni in centrale rischi.

Questa organizzazione contribuisce ad alimentare, da una parte, il corretto svolgimento degli adempimenti normativi tipici di un intermediario vigilato e dei prodotti finanziari in gestione e, dall’altra, il bilancio del Fondo che deve rappresentare correttamente il fair value degli investimenti e la loro valorizzazione ai fini del NAV.

Lo scorso 14 aprile anche le Autorità di Vigilanza hanno dedicato un documento (Documento Banca d’Italia/Consob/Ivass n.8) al tema dei Fondi credito riservati alla gestione delle NPE con particolare riferimento alle posizioni UTP (unlike to pay) in cui è stata colta l’opportunità di questo strumento per creare efficienze di “sistema” e un valido supporto per la derecognition (cancellazione) dei crediti deteriorati dal bilancio delle Banche nel rispetto degli IAS/IFRS.

Diventa, quindi, molto importante saper accompagnare i clienti bancari con analisi tecnico-contabili basate su specifiche caratteristiche contrattuali, economiche e finanziarie al fine di asseverare il soddisfacimento dei requisiti di derocognition.

di Marco Pecchinotti – Consigliere delegato di P&G SGR SpA